Oggi, durante un’audizione alla Camera e al Senato, l’ex premier Mario Draghi ha espresso forte preoccupazione per il crescente divario dell’Europa nel settore dell’Intelligenza Artificiale. Secondo Draghi, i modelli di AI stanno raggiungendo – e in alcuni casi superando – le capacità dei ricercatori con dottorato, mentre gli agenti autonomi operano sempre più in completa indipendenza.
Le parole di Draghi
“Otto dei dieci maggiori modelli linguistici avanzati sono sviluppati negli Stati Uniti e i restanti due in Cina. L’Europa, quindi, si trova in una posizione di netto svantaggio. In quest’area il Rapporto prende atto che il ritardo europeo è probabilmente incolmabile, ma suggerisce che l’industria, i servizi e le infrastrutture sviluppino l’impiego dell’IA nei loro rispettivi settori. L’urgenza è essenziale perché i LLM si stanno espandendo anche verticalmente”, ha dichiarato Draghi.
I dati sul ritardo europeo
I dati parlano chiaro: nel 2022 l’Unione Europea ha registrato solo 786 brevetti nel campo dell’IA, contro i 16.000 degli Stati Uniti. Negli ultimi dieci anni, gli investimenti europei in IA sono stati di circa 20 miliardi di euro, a fronte dei 330 miliardi degli Stati Uniti.
Le cause di questo ritardo sono molteplici. La ricerca in Europa è ancora frammentata, con pochi centri di eccellenza realmente integrati e una scarsa collaborazione tra università e imprese. Inoltre, l’adozione dell’IA è frenata da una burocrazia complessa e regolamentazioni restrittive, che rallentano l’innovazione e limitano lo sviluppo di nuove tecnologie. Anche la produttività è un problema: negli ultimi due decenni, l’Europa ha accumulato un ritardo di 20 punti percentuali rispetto agli Stati Uniti nell’integrazione dell’IA nei processi industriali.
Le iniziative per recuperare terreno
L’Europa non sta a guardare. La Commissione Europea ha annunciato un piano da 200 miliardi di euro per investire nell’IA e trasformare l’Unione in un centro di riferimento per questa tecnologia. Tra le strategie chiave, spiccano la creazione di centri di ricerca avanzati, il finanziamento di startup e imprese tecnologiche e programmi per la formazione e l’attrazione di talenti, con l’obiettivo di contrastare la fuga di cervelli verso Stati Uniti e Asia.
Parallelamente, si lavora a una regolamentazione più chiara e flessibile, che possa agevolare l’innovazione senza soffocarla con eccessivi vincoli normativi.
L’Europa si trova, dunque, ad attraversare un momento assai delicato da ogni punto di vista. Per evitare di rimanere indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, serve una strategia a lungo termine che non si limiti agli investimenti finanziari, ma che favorisca l’innovazione, la collaborazione tra ricerca e industria e la creazione di un ecosistema tecnologico competitivo. Il futuro della competitività europea dipende dalla capacità di affrontare questa sfida con decisione e visione.