La recente sentenza n. 1760/2025 della Corte Suprema di Cassazione segna un punto di svolta per il mondo delle criptovalute in Italia. Secondo quanto stabilito lo scorso 15 gennaio, le criptovalute come Bitcoin non sono sequestrabili in caso di reati tributari, sancendo di fatto la loro natura di asset digitali al di fuori della portata diretta del Fisco.
Crypto non sequestrabili: la decisione della Cassazione
La Corte ha chiarito che le criptovalute non hanno valore legale nel sistema economico italiano e, di conseguenza, non possono essere oggetto di pignoramento preventivo in caso di evasione fiscale. Bitcoin e altri asset digitali non sono considerati valuta a corso legale né strumenti di pagamento riconosciuti dallo Stato. Di conseguenza, il loro valore non è garantito da alcuna autorità centrale, rendendole immuni da misure di sequestro probatorio.
Questo verdetto ha suscitato dibattiti accesi tra giuristi, economisti e istituzioni finanziarie, soprattutto in considerazione della crescente adozione delle criptovalute a livello globale. In particolare, la sentenza sottolinea come il Fisco non possa convertire l’importo sequestrabile in euro in un equivalente in crypto, ribadendo così la natura extralegale di questi asset.
MiCAR e il futuro della regolamentazione delle criptovalute
Nonostante la decisione della Cassazione, il panorama normativo delle criptovalute potrebbe subire profonde trasformazioni nei prossimi anni. Il regolamento MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation) rappresenta il primo tentativo dell’Unione Europea di fornire un quadro normativo chiaro e dettagliato per il settore crypto. Con il recente Decreto Legislativo 129/2024, l’Italia ha iniziato il processo di adeguamento a MiCAR, introducendo nuove regole che potrebbero modificare la gestione legale e fiscale delle valute digitali.
L’introduzione di normative più stringenti potrebbe portare la Cassazione a rivedere la sua posizione, aprendo alla possibilità di sequestro probatorio degli asset digitali in caso di reati tributari. Tuttavia, fino a una regolamentazione chiara e condivisa, le criptovalute restano di fatto uno strumento di protezione patrimoniale difficilmente aggredibile dallo Stato.
Le criptovalute come rifugio fiscale digitale
La decisione della Cassazione evidenzia un aspetto chiave delle criptovalute: la loro capacità di fungere da paradiso fiscale digitale. Finché il possesso delle crypto rimane anonimo e non tracciabile, gli asset digitali risultano virtualmente inaccessibili al fisco. Sebbene la normativa imponga la dichiarazione del possesso di criptovalute, la mancanza di un’efficace capacità di tracciamento e il fatto che le chiavi private non siano recuperabili in alcun modo da enti terzi rendono difficile per le autorità procedere con sequestri o confische.
Per chi desidera aumentare la propria privacy finanziaria, metodi come l’acquisto peer-to-peer, l’uso di exchange decentralizzati e la custodia dei propri asset su wallet hardware offline rappresentano soluzioni efficaci per rendere il proprio patrimonio digitale ancora più difficile da individuare. Tuttavia, è fondamentale ricordare che omettere il possesso di crypto in dichiarazione dei redditi costituisce un illecito fiscale sanzionabile.